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Il Parco

Il Parco

Un percorso per i sensi e per l'anima

Il Parco di Villa Gallarati Scotti a Fontaniva, risale, secondo la tradizione familiare allo stesso periodo in cui venne realizzato il parco di Villa Valmarana a Saonara, disegnato da Jappelli e iniziato intorno al 1817. Non sono stati rinvenuti ancora documenti che attestino l’attribuzione al noto architetto veneziano, ma da alcune evidenze storiche (come la conoscenza personale della committenza con Giuseppe Jappelli), e formali, nella realizzazione dell’impianto distributivo degli elementi caratterizzanti, alcuni storici e botanici concordano attualmente con la versione tramandata dalla famiglia. Come suggello storico non trascurabile all’attribuzione jappelliana del Parco, il conte Antonio Vigodarzere, proprietario di Villa Valmarana a Saonara, era legato da amicizia a Fabrizio Orsato (proprietario dell’attuale Villa Gallarati Scotti) oltre ad essere zio di Andrea Cittadella Vigodarzere.

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A quest’ultimo, sia il conte Antonio, sia Fabrizio Orsato fecero confluire in eredità i loro beni, quindi le due Ville con i rispettivi parchi; verosimile quindi che lo stretto legame tra i tre possa essere confluito anche in una ricerca di competenze da esperti dello stesso entourage. Infine, la chiesetta in stile neogotico fiorito presente al lato est del Parco, venne più tardi edificata su disegno dell’architetto Pietro Selvatico Estense, allievo proprio dello Jappelli. Attualmente, comunque, è in corso una ricerca di approfondimento proprio per stabilire, tra i vari argomenti, l’effettivo contributo apportato da Jappelli alla progettazione del Parco.

Il parco all’inglese o romantico, si pone come obiettivo il creare un ambiente naturale nuovo, modificando la geografia del luogo; l’arte e la natura si compenetrano a tal punto da diventare inscindibili e indistinguibili. Così, dove erano campi pianeggianti, prende forma un ambiente collinare percorso da ruscelli e ingentilito dalla quiete presenza di un laghetto in posizione significativa o centrale. Molto si potrebbe poi raccontare degli aspetti simbolici del Parco jappelliano in genere, ma in questo caso occorre rimandare a studi specialistici dedicati all’argomento.

Il Parco di Villa Gallarati Scotti copre un’estensione di circa 6 ettari, distribuiti quasi equamente tra l’ampio brolo (tenuto a prato) antistante la villa (lato sud) e la più varia e ricca parte boschiva che incornicia l’area retrostante (lato nord).

L’impianto generale ripercorre, quasi ricalcandolo, un disegno del catasto risalente al 1854 (proprietario il Conte Andrea Cittadella Vigodarzere), nel quale solo il viale perimetrale a delimitazione interna del parco, risultava meno evidente, con un tracciato più mosso, e con una singolare distribuzione circolare di alberi o arbusti in corrispondenza dell’angolo a nord est della cinta muraria (vedi riproduzione a colori nella sezione IMMAGINI STORICHE).

Le caratteristiche generali che da un punto di vista botanico colpiscono maggiormente il visitatore, sono la sorprendente estensione e conservazione del tappeto erboso, costituito da Convallaria japonica, una delle piante più adatte per ricoprire le aree ombreggiate dei giardini storici. Non è calpestabile, se non saltuariamente, e ne è caldamente sconsigliata la “tosatura”. Produce minuscoli fiorellini in primavera seguiti da graziose bacche blu in autunno.

Altra essenza che definisce l’impianto strutturale di base del Parco è il Carpino bianco (Carpinus Betulus), i cui esemplari, talvolta centenari, popolano il bosco e si allineano a formare i viali perimetrali (le cosiddette carpinate) a est e a nord. I tronchi dei carpini più vecchi portano sulla corteccia le rughe e i segni del tempo, molto suggestivi quando illuminati dalla luce del sole al tramonto.

Per il resto, all’interno del Parco trovano il loro spazio olmi, lecci, celtis australis, betulle, liriodendri, querce, faggi, tassi, agrifogli, platani, e molte altre specie di alberi ad alto fusto e arbusti. Nel nostro percorso noi seguiremo la via delle piante più antiche, quelle più rappresentative del Parco, senza le quali l’identità di questi luoghi cambierebbe volto.

Varcando il cancello principale da Via Marconi, la particolarità che si può osservare è la posizione asimmetrica del viale d’accesso rispetto alla Villa. Questo può stare ad indicare la preminenza assunta in un dato momento storico dalla funzione agricola del complesso rispetto a quella più squisitamente scenografica. Il viale, infatti, sembra servire direttamente la fattoria (risalente almeno al 1500) posta ad ovest rispetto alla Villa, piuttosto che la Villa stessa. Sono stati comunque rinvenuti documenti che sembrerebbero attestare almeno fino al 1779 la posizione centrale di un ampio sentiero d’accesso (vedi la mappa alla sezione IMMAGINI STORICHE)

Il viale, affiancato in tutto il suo percorso da alti e corposi arbusti di Bosso (Buxus Sempervirens), della varietà più antica, molto lenta nella crescita, è stato recentemente abbellito grazie all’alternanza di Cipressi (Cupressus Sempervirens) con Ciliegi ornamentali Subirthella, a doppia fioritura, primaverile e autunnale.

Precedentemente, fino a pochi anni fa, il viale raccontava la sua storia conservando ancora esemplari di Platano risalenti all’800, dal diametro di quasi due metri. Il loro abbattimento si è reso purtroppo necessario una volta diagnosticata una grave fitopatologia, il cancro rosso o colorato, causato da un fungo, proveniente dagli Stati Uniti, segnalato in Europa dopo la seconda guerra mondiale e di cui il Platano è l’unico ospite.

Proseguendo in direzione del giardino, un maestoso esemplare di Magnolia Grandiflora (età, circa 80 anni) ci accoglie presentandosi alla nostra destra, affiancato da un noce.

Difronte allo sguardo, in linea con il viale di accesso, si apre ai nostri occhi il filare di alti Tigli europei (Tilia europaea), risalenti, secondo testimonianze di alcuni abitanti del luogo, al periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Il loro profumo dolcissimo pervade l’intero bosco durante la fioritura.
I nome deriva dal greco “ptilòn” (ala), per la caratteristica forma della bràttea (foglia modificata) che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti.
I fiori sono particolarmente amati dalle api che ne ricavano un ottimo miele.
Durante le due grandi guerre il Parco conobbe periodi di forte disboscamento, per la costruzione di manufatti, utili anche al fronte, o per il semplice riscaldamento dei locali della Villa, divenuta ospedale da campo durante il primo conflitto e quartier generale nazista nel secondo.

Lungo il viale dei Tigli, in primavera un tappeto di fiorellini bianchi…..è l’aglio selvatico (Allium Ursinum). Appartenente alla famiglia del tulipano e del mughetto è una pianta bulbosa, spontanea, perenne. Fiorisce di solito tra Aprile e Maggio. Se ne conosce l’uso da 3000 anni. Era coltivato dai Celti, dai Romani e dai Greci.
Gli orsi se ne cibano per depurare l’organismo dopo il letargo; ha infatti proprietà depurative, ma anche antisettiche, diuretiche, antiasmatiche, febbrìfughe.
L’industria ne ricava disinfettanti e repellenti.
In cucina, come accadeva anticamente in alcune zone, può sostituire l’aglio comune (Allium Sativum). I bulbi si possono conservare e utilizzare dopo la raccolta dell’estate, mentre le gemme e le foglioline primaverili trovano impiego in vari tipi di pietanze e possono sostituire il basilico nel pesto.

Notevole sviluppo e bellezza raggiungono le piante di Ortensie (Hydrangea Macrophylla), di varie specie e colori che ravvivano le antiche mura della fattoria, fabbricato che troviamo alla nostra sinistra prima di svoltare verso la villa. Piante originarie di Cina e Giappone.

Oltrepassando la curva che conduce alla Villa, se si è in primavera o in autunno, non si potrà fare a meno di essere attratti dal profumo intenso e particolare di un curioso e tondo arbusto ornamentale sempreverde: l’Osmanto odoroso (Olea Fragrans, o Osmanthus fragrans). In quelle stagioni, infatti, la pianta produce una miriade di piccolissimi fiori bianchi o arancio che permeano l’aria con il loro profumo inconfondibile.

Superato l’Osmanto, ci troviamo ormai in prossimità della Villa. La sua elegante struttura simmetrica viene valorizzata anche a livello botanico da due sinuosi esemplari centenari di Lagerstroemia Indica, originaria della Cina e detta anche albero di San Bartolomeo. Contenuti all’interno di due aiuole di Buxus sempervirens (lo stesso tipo presente nel viale) sono potate all’italiana e risalgono almeno al 1937. Pianta molto apprezzata per le sue caratteristiche ornamentali, la Lagerstroemia sviluppa fioriture spettacolari sui lisci rami a corteccia chiara. Fu Introdotta in Europa intorno al 1750 dal Direttore della Compagnia delle Indie Von Lagerstroem e classificata da Linneo.

Difronte a noi la facciata sud della Villa. In programma il restauro nei prossimi anni. La facciata nord ha avuto la priorità dato lo stato di degrado determinato dall’umidità. Ad ornamento del perimetro dell’edificio, spiccano, specie nel periodo di piena fioritura, le graziose e profumatissime Rose di Damasco o Rose Turche (dette anche Rose Damàscene). Rose dal fiore pieno e dal fogliame chiaro, sono delicate nell’aspetto quanto intense all’olfatto. Sono state rinvenute in Villa suggestive immagini fotografiche risalenti alla seconda metà dell’800 che ne testimoniano già la presenza. La Rosa Turca, arrivata con i Crociati dall’antica Persia, fin dal Medioevo in Europa venne molto apprezzata per le sue numerose virtù benefiche e terapeutiche. Si tramanda che nell’antichità, in Oriente, non vi fosse addirittura differenza di vocabolo tra rosa e fiore, tanta era la sua stupefacente diffusione.

Una volta “gustata” l’intensa fragranza delle rose, l’attenzione verrà attratta da una figura imponente ma allo stesso tempo leggera a sinistra della dimora; è considerato il guardiano della Villa, la affianca, sembra proteggerla e ne ravviva i colori con la ricchissima gamma di sfumature delle foglioline stellate nel periodo autunnale: si tratta del Liquidambar Styraciflua.
Originario delle regioni del Nord America, si diffonde in Europa intorno al 1680. Il nome deriva dal vocabolo latino “liquidus” (liquido, dalla resina o balsamo profumati prodotti dalla corteccia) e da quello arabo “ambar” (ambra, dal colore della stessa resina).

Alle spalle del Liquidambar, si innalzano fieri due esemplari gemelli di Cedro dell’Himalaya (Cedrus Deodara), secondo la tradizione orale messi a dimora nel 1847 (quindi ancora presente Fabrizio Orsato) e ben adattati al clima continentale, molto più piovoso rispetto a quello dell’area d’origine. Solo un inconveniente: la crescita in questo caso è stata accelerata dalla maggiore disponibilità di acqua, data la vicinanza ad uno dei ruscelli del Parco, producendo la fragilità di alcuni rami.
Il Cedro dell’Himalaya inizia a fruttificare alla “tenera” età di 30-40 anni! Molto diffuso anche in Tibet, Pakistan e Afghanistan, venne introdotto in Europa intorno al 1820 e particolarmente apprezzato come pianta ornamentale.

Il percorso prosegue verso l’interno del bosco, inoltrandosi tra carpini rugosi, tassi ombrosi e un elegante platano dal fusto bianco candido. Prima di giungere alla “cima” del primo pendìo, ricavato come molti nel Parco, dal riporto di materiale di scavo del laghetto al momento della sua realizzazione, ci accoglie alla nostra sinistra un panciuto esemplare di Faggio Asplenifolia, con le sue minute foglioline particolarmente decorative. E’ lui ad introdurci all’osservazione di un curioso esperimento effettuato tanti anni fa dal precedente proprietario della Villa, il Duca Giancarlo Gallarati Scotti, botanico per passione. Egli, tornato da un viaggio in America volle dimostrare l’adattabilità al nostro habitat di tre esemplari di Sequoia Sempervirens, provando inoltre come sia essenziale per la crescita equilibrata di una pianta la conservazione della parte apicale del ramo principale. Le tre sequoie sembrano avere età diverse se guardiamo le loro dimensioni…..in realtà sono state piantate lo stesso giorno, ma solo una di loro ha avuto la possibilità di crescere senza la cimatura (cioè la potatura dell’apice del tronco principale), sviluppandosi quindi in altezza.
In natura, nel suo ambiente, la Sequoia può vivere oltre 2000 anni e raggiungere i 100 metri di altezza. In Europa, dove è stata introdotta per scopi ornamentali intorno alla prima metà dell’800, raggiunge di solito i 100-150 anni di età e circa 30-40 metri di altezza.

Superando la “collina”, proseguiamo verso il laghetto oltrepassando il ponticello panoramico alla nostra destra; da lì si può ammirare la prospettiva d’insieme che ci regalano il prato e la Villa.

Davanti ai nostri occhi, sulla sponda del lago a destra, vedremo fuoriuscire dal suolo alcune curiose formazioni lignee….. sono gli pneumatofori del Taxodium Distichum, detto anche Cipresso delle paludi. Si tratta di tubercoli radicali affioranti, o più semplicememente radici aeree, che consentono l’adeguata ossigenazione della pianta anche nelle sue parti sommerse, soprattutto in caso di allagamento. Questa specie, infatti, come suggerisce il nome, cresce principalmente in prossimità di zone acquitrinose o particolarmente umide. Originario degli Stati Uniti, in particolare delle paludi della Florida, è tra le poche conifere a fogliame deciduo. In autunno, le foglioline e i rametti cui sono ancorate cadono nella loro totalità; da questa peculiare caratteristica il nome di Cipresso Calvo.

La tappa successiva del nostro percorso è una tra le più suggestive del Parco; ci spostiamo di pochi passi dal gruppo dei Cipressi Calvi ed ecco davanti a noi la magnificenza quieta e solenne degli abitanti dell’isola: il più anziano dei Pioppi Bianchi (Populus Alba), di almeno 80 anni, insieme alla sua fedele “vicina” Quercus Robur, un bell’esemplare di quercia Farnia adattatasi negli anni a restare in equilibrio tra terra e acqua.
Il Pioppo bianco esprime il meglio di sè nelle giornate di brezza; le foglioline verde scuro sulla pagina superiore e bianche su quella inferiore si muovono molto velocemente producendo un grazioso effetto tremulo.

Percorrendo il sentiero che ci conduce alla collina a sinistra, ci avviciniamo al penultimo degli esemplari arborei più significativi, scelti per i nostri visitatori: si tratta del Faggio Rosso (Fagus Sylvatica Purpurea, per il colore rosso cupo delle sue foglie, specialmente in autunno). Più che centenario, raggiungeva fino a tre anni fa una ragguardevole altezza, circa un terzo in più di quella attuale. Un fulmine che ne colpì i rami apicali rese necessario l’intervento di esperti tree climbers che furono chiamati ad occuparsi dei rami abbattuti e della disinfezione delle ferite. Questo esemplare conserva comunque un ruolo di primaria importanza all’interno del Parco; sotto le sue fronde ci si trova nella posizione migliore per ammirare l’ambiente circostante con una visuale di 360 gradi. Sul prato che si affaccia sulla sponda opposta del lago, se siamo in primavera e l’erba non è ancora ricresciuta, potremmo scorgere un cerchio in cui l’erba è più rada, è la postazione scelta in autunno per un piccolo falò dedicato a San Martino; al chiaro della sua luce fioca e tremula, nel silenzio della sera, si svolge una breve rappresentazione della storia del Santo davanti allo sguardo attento e curioso di una moltitudine di bambini, desiderosi di stare insieme e di aspettare l’arrivo di San Martino a cavallo, canticchiando, raccontandosi storielle e scambiandosi alla fine una varietà di dolcetti.

La nostra passeggiata a questo punto può proseguire……imbocchiamo il sentiero a sinistra, da cui vedremo distintamente la carpinata nord (viale di Caripini), oltrepasseremo, vedendolo alla nostra sinistra, l’angolo nord est del Parco, popolato da un gruppo di Quercus Robur ( Querce Farnie), in molte culture simbolo di forza e longevità, e ci inoltreremo poi nell’area est del bosco attraverso il caratteristico ponticello in ferro e legno.

La discesa è molto divertente, specie per i bambini, che amano farsi accarezzare dai rami ricadenti e dalle foglioline tenere del primo esemplare di Faggio Pendulo (Fagus Sylvatica Pendula) che troviamo sul nostro cammino. Il secondo lo troveremo quasi al termine della passeggiata. Per raggiungerlo, terremo la sinistra ai successive “incroci” ricavati nella fitta coltre di erba, Convallaria Japonica (descritta all’inizio).
Ci accorgeremo di averlo raggiunto perchè si manifesterà ai nostri occhi con la sua cascata di rami e foglie, di un verde particolarmente intenso. Si tratta di una specie arborea decidua (Sylvatica) diffusa in tutti i boschi dell’Europa, che ben si adatta allo stile “naturale” del Parco all’inglese. Anche questo esemplare vanta un’età di tutto rispetto, avendo raggiunto il secolo di vita.
Si consiglia di attraversare le sue generose fronde prima di dirigersi verso la chiesetta alla nostra sinistra. Alcuni visitatori hanno battezzato questo passaggio come “il tunnel del sorriso”, per la sensazione di piacevole benessere che produce il soffermarsi per qualche istante sotto il suo mantello ad osservare i rami dal basso verso l’alto.

Uscendo dal “tunnel” troveremo alla nostra destra la Villa e a sinistra la Cappella gentilizia in stile neogotico fiorito progettata dal noto allievo di Jappelli, Pietro Selvatico Estense. Sorta sopra le macerie di una precedente chiesetta cinque-seicentesca dedicata alla Beata Vergine, venne fatta edificare su volere del Conte Fabrizio Orsato (ultimo discendente della famiglia) per accogliere le sue spoglie. Viene da pensare quindi che all’epoca non sia stato scelto a caso il Tasso (Taxus Baccata) per accompagnare a livello paesaggistico l’architettura del luogo. Il Tasso, tossico su rami, foglie e semi, contiene il taxolo, una sostanza che ha potere narcotico e paralizzante sull’uomo così come su molti animali, specie domestici. Il suo nome, dal greco “taxòn” significa “freccia”, e il suo appellativo “albero della morte” nasce dal suo impiego nella fabbricazione di dardi velenosi e dalla sua tossicità.

Una volta visitato l’Oratorio ci potremo dirigere verso la Villa che ci regalerà il suo saluto di commiato. Una sosta prima di raggiungerla ci permetterà di ammirare alla nostra sinistra alcuni notevoli esemplari di Querce Rosse o Americane (Quercus Rubra, dal rosso fogliame autunnale). Originaria degli Stati Uniti Orientali e del Canada, la Quercia Rossa ha trovato anche in Europa un habitat ideale, a tal punto da entrare in competizione con le autoctone Farnie. Qualche anno fa, in alcune regioni d’Italia ne è stata vietata la piantumazione per preservare la biodiversità della flora locale. Monumentale e molto apprezzato comunque il suo portamento, compatto ed elegante.

Una pausa sulle sponde del lago potrà far gustare al visitatore un momento di pura tranquillità prima della partenza.

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