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La Storia

La Storia

Una storia antica che dura da 500 anni ...
volti, personaggi, vicende che hanno reso unica questa dimora

Villa Gallarati Scotti, già Ca’ Orsato e Villa Cittadella-Vigodarzere, è ben visibile dall'asse viario che congiunge Vicenza a Treviso passando attraverso il centro di Fontaniva, vivace cittadina del nord padovano, sorta a sinistra del fiume Brenta e conosciuta fin dall'antichità per la presenza di piccole fontane d’acqua sotterranea emergenti dal sottosuolo (dal latino fons vivus, fontana viva). Questa Villa Veneta, monumento nazionale dal 1925, fin dalla sua fondazione ha sempre rivestito un ruolo significativo all'interno della vita sociale e culturale di questa comunità, ruolo sostenuto sia a livello estetico dalla scenografica architettura che ne esalta il carattere aulico ed elegante, sia dalla posizione quasi centrale all’interno dell’abitato. L'edificio è con tutta probabilità il frutto di una serie di sovrapposizioni e di preesistenze risalenti almeno alla prima metà del XVI° secolo, come dimostrano anche le architetture rurali a sinistra del lungo viale di accesso tuttora presenti.

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La struttura attuale dell’edificio nobiliare ha visto nei secoli il susseguirsi di interventi a livello strutturale, funzionale ed estetico. Grande impulso in questo senso fu dato dal conte Fabrizio Orsato. Fu lui, con ogni probabilità ad esaltare il complesso, affidandosi alle competenze del noto architetto Antonio Noale (1776-1837) e avviando la realizzazione di un magnifico Parco all’inglese, in perfetto stile romantico, che ancora oggi possiamo ammirare. L'edificio si compone di un corpo centrale preminente rispetto alle due barchesse laterali.
Queste funzionano da inquadramento dello stesso e ne accentuano la tridimensionalità presentandosi leggermente sottodimensionate rispetto alla tipologia tipica della Villa Veneta. Questa novità, a livello formale, è esemplificativa del momento di transizione tra il concetto di villa, come struttura di supporto all'azienda agricola, e il concetto di dimora di svago e villeggiatura, diffusosi nell'Europa settecentesca mediante la realizzazione della villa suburbana; in essa, maggiore importanza assumono gli spazi residenziali. L'eleganza della facciata si esprime attraverso la regolarità e la semplicità degli elementi decorativi che si rifanno esplicitamente alla tradizione e al rigore classico. Geometriche forme, curvilinee o triangolari, sormontano le finestre del piano nobile mentre una fascia centrale in marmorino, che richiama nella tonalità il giallo di Verona, crea una piacevole continuità formale tra il corpo centrale e le due barchesse laterali. Solo una piccola contaminazione del passato si può scorgere sulle finestre del piano terra il cui architrave presenta una soluzione decorativa ispirata al tardo barocco veneto. Non è stata ancora definita la data di costruzione della torretta – belvedere posta alla sommità della struttura, ma ne è risultata certa la presenza nel XVIII secolo. Alcuni studiosi ne fanno risalire l’edificazione addirittura alla seconda metà del XVI secolo.
Caratteristica peculiare, la torretta rivestì un ruolo fondamentale nella storia di questa Villa Veneta. Grazie alla sua presenza il conte Antonio Cittadella Vigodarzere, figlio di Andrea, scienziato e Presidente della Società Meteorologica Italiana nel 1895, fu in grado di utilizzare la sua amata residenza come Osservatorio, ufficialmente riconosciuto a livello nazionale per lo studio e l’esplorazione degli agenti atmosferici. Curiose le memorie che ci vengono tramandate dalla tradizione familiare, secondo cui il conte Antonio fu tra coloro che per primi si occuparono di come ‘sconfiggere’ la grandine, realizzando attrezzature appositamente studiate. La strumentazione di cui si serviva venne donata dai discendenti all’Osservatorio di Padova. Proseguendo nella descrizione dei caratteri formali della dimora e del suo contesto, non si può fare a meno di notare l'ampio brolo antistante la facciata sud, che oggi tanto contribuisce alla suggestiva immagine prospettica della villa dalla strada. Si hanno notizie certe che almeno fino al 1854 l’ampiezza di questo spazio fosse molto ridotta rispetto all’attuale. L’antica Strada Regia Postale attraversava infatti obliquamente il prato, restituendo un effetto scenico d’insieme meno suggestivo.
Il lungo viale d’accesso, che dalla S.S. 53, l’antica Postumia romana, conduce alla Villa, affianca lateralmente il brolo. Lo introducono due imponenti colonne in ordine tuscanico, sormontate da due giganti in pietra, ascrivibili alla scuola di Francesco Bonazza (1695 – 1770) e provenienti da un’altra residenza appartenuta alla famiglia Cittadella Vigodarzere ad Abano Terme. Sulla base di ritrovamenti documentali recenti si sta facendo strada l’ipotesi che il viale d’accesso, ora laterale, fosse in origine posizionato centralmente rispetto al corpo principale dell’edificio. Il progetto dell’ampio spazio verde che si estende dietro il lato nord della Villa, sapientemente strutturato tanto da sembrare naturale, è stato attribuito a Giuseppe Jappelli (1783-1852), architetto e ingegnere veneziano tra i massimi esponenti dello stile neoclassico nel Veneto. Specialista nell'invenzione di artificiosi paesaggi divenne noto ai più per aver progettato nel 1831 lo storico Caffè Pedrocchi a Padova.
Una rigogliosa cornice di arbusti ed alberi ad alto fusto, tra cui alcuni esemplari secolari, abbraccia le sponde del suggestivo laghetto centrale verso il quale confluiscono molti dei sinuosi vialetti provenienti dai declivi circostanti. Il Parco, aprendosi allo sguardo dell’osservatore regala emozioni di grande suggestione.
Graziosa pertinenza della villa, celata in parte dalle fronde ombrose di antichi tassi, si intravvede una piccola cappella gentilizia in stile neo-gotico fiorito, opera dell'architetto e storico dell'arte Pietro Selvatico Estense (1803-1880), allievo dello Jappelli e convinto oppositore dello stile decorativo barocco e rococò.
In origine, oratorio dedicato alla Beata Vergine Annunziata, da un documento del 1664 se ne attesta la proprietà al conte Sertorio Antonio Orsato; aveva la sacrestia provvista del necessario al culto divino e un campanile con una piccola campana benedetta.
Nel 1808 l'oratorio, profanato nel 1806, era inservibile al culto, ma era comunque documentato come presenza architettonica collegata alla villa.
Nel 1848 la famiglia Orsato si spense con la morte dell'ultimo erede, il conte Fabrizio Orsato, il quale legò con testamento del 13 dicembre 1847 tutta la proprietà al conte Andrea Cittadella Vigodarzere (1804-1870) disponendo che entro un anno dalla sua morte l'erede ricostruisse un nuovo oratorio accanto al Palazzo.
Attualmente l'oratorio è intitolato ai SS. Antonio e Vincenzo e viene utilizzato per celebrare una volta all'anno la memoria di coloro che, benefattori, letterati, cultori dell'arte e dell'ingegno hanno abitato questi luoghi e hanno dato un prezioso contributo al loro e al nostro tempo.
E sono molti e di alto profilo. Lo stesso Fabrizio Orsato, era un fine intellettuale e bibliofilo; amava vivere tra Parigi, Padova e Fontaniva dove si immergeva per ore nella lettura dei suoi amati libri. Il conte Andrea Cittadella Vigodarzere, discendente per linea femminile dalla famiglia Vigodarzere, nipote e figlio adottivo del Commendatore Antonio Vigodarzere fu uomo di alto profilo morale, rivestì ruoli significativi sia durante il Regno Lombardo Veneto - come consigliere intimo dell'Arciduca Massimiliano d'Austria, Governatore del Regno - sia in seguito alla formazione del Regno Italiano, venendo eletto quasi all'unanimità di voti, prima deputato del Parlamento Nazionale e poi, Senatore. Non si possono dimenticare la sua sensibilità e le sue spiccate doti di letterato che lo portarono a stringere una solida amicizia con il poeta Giacomo Zanella (1820-1888), la cui consuetudine lo portò a risiedere spesso a Fontaniva. Lo Zanella incontrava in villa anche l'amico don Ottaviano Rossi, arciprete della parrocchiale a cui dedicava nel 1851 i versi "ad un amico parroco". Andrea Cittadella Vigodarzere, non limitava i suoi interessi alle lettere e alla politica; fu Presidente del Quarto Congresso degli Scienziati che si tenne a Padova, dove aveva sede l'Accademia Galileiana, di cui era Segretario. Padre di quell'Antonio Cittadella Vigodarzere, scienziato e meteorologo di cui abbiamo accennato gli studi, fu di fulgido esempio per i suoi numerosi figli e nipoti tra cui spicca, tra le altre, la figura di Maria (1892-1938).
Succeduta al padre Antonio nella proprietà della Villa, si adoperò incessantemente per ospitare nella sua dimora i più importanti esponenti della cultura, della filosofia e della politica italiana del suo tempo, seguendo il sentiero tracciato dagli ideali del cattolicesimo liberale. Si possono immaginare le lunghe passeggiate di lei nei sentieri del parco mentre conversava con Benedetto Croce, amico fraterno, Alcide De Gasperi, i Casati, gli Jacini e tanti altri. Nel ricordo che Tommaso Gallarati Scotti fa della cognata in un libercolo conservato gelosamente fino ad oggi, si può leggere:
"Maria non era fatta per la solitudine e Fontaniva fu sempre piena di gente varia, di amici illustri o oscuri, talora contrastanti. Oh! giornate indimenticabili dell'autunno, in cui lungo il viale di carpini che impallidivano in oro o nella biblioteca settecentesca inondata dal sole morituro d'Ottobre - pur tra gli eventi di un'epoca tormentata - trovammo nelle amicizie le consolazioni dello spirito e l'indulgente sorriso sulla vanità delle cose che passano. La casa era accogliente e Maria beata di animarla di incontri a cui i comuni sentimenti e interessi davano un particolare fervore e significato".
Nella dimora di Fontaniva trovò un angolo di pace anche il noto ritrattista triestino Arturo Rietti (1863-1943), apprezzato soprattutto per le sue opere a pastello, che ivi trovò ospitalità fino al termine della sua vita.
La villa nel frattempo non era passata indenne attraverso i turbolenti anni che avevano scosso l'Italia durante la prima e la seconda guerra mondiale. L'avvicinarsi della linea del fronte, nel 1916, richiese un grande sforzo da parte delle nostre truppe. I feriti erano molti e le sale della villa e il Parco si prestavano a fungere da ospedale "da campo"; così, una volta liberate della mobilia, potevano essere approntate per prestare i primi soccorsi e l'assistenza necessaria.
Si possono immaginare la sofferenza e il tormento che i sanguinosi eventi della prima guerra dovevano aver prodotto nell'animo di una famiglia da sempre impegnata nel perseguimento del progresso sociale, ma difficilmente si può comprendere la frustrazione che deve essere sopraggiunta quando, durante il secondo grande conflitto, le truppe fasciste prima e quelle naziste poi, requisirono la villa per farne un loro quartier generale. Gli anni bui, comunque, terminarono e alla fine della guerra la proprietà tornò ai legittimi eredi senza aver subìto danni rilevanti. Intanto Maria non aveva avuto figli e l’unico erede maschio avuto dal conte Antonio con la moglie Louisette di Saluzzo, Federico, aveva perso tragicamente la vita a soli 9 anni. Fu la sorella Aurelia a dare continuità alla famiglia e a tramandare ai suoi figli quello spirito di accoglienza, di ricerca introspettiva e di impegno che tanto avevano animato la vita di Maria. Anche Aurelia, sposata nel 1918 con il duca Tommaso Gallarati Scotti di Milano, colui che tra le sue numerose opere letterarie avrebbe anche composto l’ultimo dramma rappresentato dalla Duse (il ‘Così sia’), aveva da sempre intrattenuto rapporti stretti con i più insigni esponenti della cultura del '900. Degna di nota la sua corrispondenza con il poeta Rainer Maria Rilke, raccolta oggi in un interessante volume. La sensibilità delle due donne confluì senz'altro nella persona del duca Giancarlo Gallarati Scotti, figlio di Aurelia, recentemente scomparso. Egli dedicò la sua vita alla ricerca e all'insegnamento universitario, oltre ad assecondare la sua passione per la botanica. Questa ha trovato adeguata espressione nella costante e amorosa cura del suo Parco che ancora oggi noi possiamo ammirare.

I lavori di restauro

Negli anni più recenti, Villa Gallarati Scotti sta conoscendo una nuova fase di rinascita. L’amore e la passione profusa dagli eredi del Duca Giancarlo verso questa antica Villa Veneta e il suo Parco, stanno riportando alla luce quell’armonia e quello spirito intimo e accogliente che da sempre caratterizzato questi luoghi.
I lavori di ripristino, volti al recupero conservativo degli ambienti, oltre ad un profondo ammodernamento degli impianti, sono stati finora concentrati in alcuni aree del piano terra, interessando sale e ambienti un tempo pienamente vissuti dalle famiglie che qui nei secoli ebbero la loro dimora..
Le operazioni di restauro, protrattesi per oltre due anni, e prossime al completamento, hanno consentito di ammirare nuovamente manufatti e opere dell’ingegno artistico e pittorico dei tempi trascorsi, celati alla vista da malte e mani di pittura applicati in periodi successivi. I pavimenti in terrazzo alla veneziana, i graziosi stucchi floreali che adornano la sala dei fiori, il marmorino del salone centrale e della sala del camino, e infine…la sorpresa più gradita: un ciclo di decori con delicati stilemi vegetali di cui non si conosceva l’esistenza, hanno dato di volta in volta sempre maggiore impulso al proseguimento dei lavori regalando emozioni ed entusiasmo.
Oggi finalmente è possibile immaginare il Conte Antonio Cittadella Vigodarzere assorto nella lettura dei suoi cari libri, nel suo studio, a raccogliere e registrare informazioni sulle materie più varie, dalla meteorologia, alla botanica, alla chimica, alla fisica, davanti al suo focolare, tra i suoi arredi.
Il risanamento è stato radicale, coinvolgendo ogni aspetto della Villa, dalle fondamenta, alle pareti, ai soffitti; ormai è quasi completato, dando spazio e valore anche alle scoperte tecnologiche del nostro tempo, ora poste al servizio della storia.
La dimora, Villa Veneta da più di cinquecento anni, può accogliere ora al suo interno coloro che amano circondarsi di arte e armonia, che sono interessati a vivere questi luoghi, ad essere partecipi degli eventi che qui si sono svolti lasciando nel tempo le loro tracce delicate.

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